1942
Armir
Riprendiamo le notizie dal fronte russo interrotte da quelle di Pearl Harbor per ricordare che, nell’estate del 1942 parte dall’Italia l’ARMIR (Armata Militare Italiana in Russia) per dar man forte ai tedeschi ed alle divisioni del CSIR già sul posto.
Ma le nostre truppe, a differenza di quelle tedesche, sono male equipaggiate e scarsamente rifornite: delle dieci divisioni costituenti l’ARMIR, forte di 230mila uomini, ben otto si muovono a piedi. Gli scarsi automezzi in dotazione non sono adatti , mancano i carri armati, le mitragliatrici si inceppano, gli obici a corta gittata in dotazione agli alpini sono adatti ad affrontare il nemico nemico in montagna, non nella steppa sconfinata.
I
provvedimenti per migliorare la situazione decisi dai
responsabili degli Alti Comandi Militari in Italia sono
inadeguati, quasi infantili. Fortunatamente i nostri
ragazzi
al fronte hanno a disposizione migliaia di
muli e di slitte che - per una parte di loro - costituiranno
la salvezza.
Ripiegamento
Sin dall’inverno 1941 si scatena la controffensiva dell’Armata Rossa. Provvidenziale per i russi l’inizio delle piogge autunnali che bloccano l’avanzata degli invasori.
La propaganda sovietica ha intanto stimolato i
combattenti portando l’esempio dei grandi eroi del
passato. Gli operai sono mobilitati in tutta fretta, le
donne scavano fossati anticarro. A ribaltare le sorti
della battaglia non è stata soltanto la valentia del generale
russo Zukov, stratega dei mezzi blindati, ma il
generale inverno
che ha piegato i tedeschi come
aveva fermato le truppe napoleoniche (a riprova che
la Storia si ripete).
Al ritorno della primavera successiva le sorti si invertono nuovamente permettendo ai tedeschi di raggiungere Stalingrado sul Volga. La città che si estende da nord a sud per 50 km in nove settimane sopporta settecento attacchi, sostiene cinque grandi battaglie con carri armati, subisce innumerevoli attacchi aerei, (fino mille al giorno) con successi alterni.
Ordini perentori di Stalin e Hitler impongono ai combattenti di resistere! I sovietici attendono il nuovo inverno e, con i massicci rifornimenti angloamericani, organizzano la resistenza e il contrattacco sempre validamente appoggiati dagli operai e dalla popolazione. Dei 250mila uomini dell’armata tedesca combattente a Stalingrado 91mila, quelli sopravvissuti e catturati, sono trasferiti in Siberia. Alla fine delle ostilità ne torneranno 10mila.
Naturalmente anche le nostre truppe devono ripiegare; saranno sei le sacche che gli alpini con i tedeschi dovranno sfondare per mettersi in salvo, clamorosa sarà la nostra sconfitta; disastrosa la ritirata. Migliaia risulteranno i dispersi nella steppa russa, pochi i superstiti. Più di 200 tradotte avevano trasportato in Russia il corpo d’armata alpino. Diciassette brevi tradotte, nella primavera del ’43, sono state sufficienti per riportare in Italia i feriti, i congelati, i fortunati e pochi materiali.
Epiche si rivelano le battaglie
come quelle di Novgorod, Nikolajewka e l’assedio
di Leningrado. Si stima che nei trenta mesi
dell’assedio siano morte da 800mila a 1.500mila persone.
Aleksej Adamovic e Daniil Granin hanno descritto
i quasi tre anni di sofferenze dei leningradesi
nel libro Le voci dell’assedio
ed. Mursia 1979 tradotto
da Costantino Di Paola: da leggere!
Shostakovich ha scritto la Settima sinfonia
nella città
assediata, mentre a pochi chilometri rombavano incessantemente
i cannoni: l’ascolto provoca, ancora
oggi, profonda emozione.
Riconoscimenti
Anche su questo fronte, come in Africa, i nostri militari combatterono con lealtà e onore procurandoci pagine di storia indimenticabili. Il loro comportamento è valso a ottenere, soprattutto dalla popolazione russa, sentimenti di stima e spontanei appoggi al momento della ritirata, quando il termometro segnava 40° sotto zero.
Il bollettino n° 630 dell’8 febbraio 1943 del Comando delle Forze Armate Sovietiche proclamò:
L’unico Corpo che può ritenersi imbattuto in terra di
Russia è il Corpo d’Armata Alpino Italiano
.
Come innumerevoli sono state le ricompense al valor militare per atti individuali, così pure furono decorate le bandiere dei nostri reparti presenti in Russia. Riporto qui di seguito la motivazione della concessione della Medaglia d’Oro alla bandiera del 1° Reggimento Alpini:
Con i suoi fieri battaglioni Ceva,
Pieve di Teco e Mondovì eredi delle innate tradizioni,
delle magnifiche virtù cittadine e della solida tempra
delle stirpi liguri, piemontesi e apuane il 1° Reggimento
Alpini, nei duri mesi di indomita lotta sul fronte del
Don, si mostrò saldo, massiccio, ben temprato e pronto
istrumento di guerra e, fra difficoltà, ostacoli, insidie del
nemico, terreno e clima, seppe resistere fermo come le
rocce delle sue montagne onorando così la razza e benemeritando
la riconoscenza della Patria.
.
Stremato dal doloroso calvario di freddo e di fatiche e
dai sanguinosissimi incessanti combattimenti, in una
atmosfera di sublimi eroismi e dedizioni al dovere, concluse
la propria leggendaria vicenda tra il Don e l’Oskol,
con una disperata resistenza, facendo scudo, fino all’estremo
sacrificio, alla sacra ed immacolata bandiera,
che simbolo della Patria lontana, distrusse per sottrarla
al nemico
Fronte russo 20 settembre 1942 - 28 gennaio 1943.
Bombardamenti A tappeto
Se i 14 bombardamenti notturni subiti dalla nostra città dall’inizio della guerra avevano procurato danni e perdite umane contenuti; quelli iniziati nel novembre 1942 e protrattisi fino all’agosto ’43, effettuati con nutrite squadriglie, bombe di grosso calibro e spezzoni incendiari, causarono gravissimi danni e centinaia di vittime.
Massicci i bombardamenti del 18 e 20 novembre: 157 i torinesi morti. I rifugi ricavati nelle cantine nulla possono contro le bombe da 1000 e 1500 Kg. che sganciano gli aerei della R.A.F. (Royal Air Force). La popolazione delle città spaventata cerca scampo nelle campagne.
Sfollamento
A seguito delle incursioni del novembre 1942 gran parte dei torinesi sfolla dalla città usando i mezzi che trova a disposizione (compresi carri tirati da cavalli e carretti a mano) portandosi i materassi che vengono subito utilizzati e i mobili che, generalmente, restano immagazzinati sotto le tettoie agricole o nei fienili, con gran pena delle mamme per come vedono ridotti i loro beni acquistati con grandi sacrifici.
Gli uomini adulti - quelli che non sono al fronte - raggiungono la città al mattino per il lavoro e rientrano la sera; si usa un nuovo termine: pendolari. Si sperimentano i disagi della coabitazione nelle case e nelle cascine dei paesi del Canavesano, delle valli di Lanzo, Susa, Pellice, Sangone, nel Chierese, nel Cuneese e Astigiano; dati statistici ribadiranno: Torino registra 338mila sfollati su 600mila abitanti. Non poche sono le donne sfollate costrette a vendere il loro corredo per acquistare cibo dai contadini.
Dopo tre mesi di interruzione gli studenti riprendono le lezioni nelle scuole del posto. Al sottoscritto capita spesso di percorrere dieci chilometri in bicicletta da Frossasco (dove ero sfollato con la famiglia) fino a Pinerolo al mattino dopo una abbondante nevicata notturna! In molti comuni gli scolari portano ogni giorno la legna per garantire il riscaldamento dell’aula.
Alla scuola media è obbligatorio lo studio del tedesco come lingua straniera. Per insegnante ho avuto un capitano della Luftwaffe, invalido di guerra, esonerato dal servizio bellico. A dire il vero eravamo più attenti ai racconti delle sue imprese belliche aviatorie che alle lezioni della sua lingua madre.
